domenica 20 settembre 2026

COMACCHIO: IL PARADISO DELLE ANGUILLE - Le iniziative di Borghi d'Europa


Comacchio città tra laguna e mare, tra monumenti ed enogastronomia, tra canali e ponti, è perla tra arte e storia, in un perfetto equilibrio tra terra e acqua che caratterizza tutto lo straordinario territorio del Parco del Delta del Po.

“ La piccola Venezia”, come è stata definita Comacchio, è una città lagunare, nata su 13 dossi proprio all’interno delle Valli, ed è la capitale del Delta del Po, che con tutti i suoi ambienti vallivi salmastri sparsi in questa area, rappresenta uno specialissimo ecosistema.


Ponte dei Trepponti a Comacchio


L’economia di Comacchio ruota attorno al mare e alle valli omonime: la pesca innanzi tutto riveste una grande importanza, assieme alle risorse del turismo balneare e naturalistico.


Un vero monumento alla storia della pesca e di ciò che ne deriva è rappresentato dalla Manifattura dei Marinati, all’interno della quale sono visibili gli antichi camini, le friggitorie per le acquadelle (piccoli pesciolini deliziosi), i locali e gli attrezzi per il trattamento e lo stoccaggio del pesce.




Le anguille, sono qui particolarmente abbondanti nel periodo tardo-autunnale, quando i Vallanti aprono le chiuse e fanno penetrare in Valle l'acqua salata del mare; allora esse, già mature sessualmente, sono spinte istintivamente verso il mare per iniziare la traversata che le porterà fino al Mare dei Sargassi dove depositeranno le uova.

In questo momento pescatori di Valle in danno inizio alla pesca stagionale attraverso il “lavoriero”, ingegnoso strumento, anticamente costruito in canna palustre che, attraverso la sua conformazione a freccia, cattura parte delle anguille in uscita, ma permettendo la fuoriuscita di una parte, che potrà così raggiungere il Mar dei Sargassi e garantire la conservazione della specie.

La specialità ittica di Comacchio è l'Anguilla e il metodo di conservazione della tradizione locale è la marinatura in aceto.

Nella Manifattura dei Marinati vengono prodotte le uniche anguille di Comacchio Presidio Slow Food: anguille selvatiche certificate, cucinate manualmente secondo un antico disciplinare di cui vi sono tracce scritte sin dal 1700.


La marinatura tradizionale di Comacchio

Ancora oggi in Manifattura si segue il metodo tradizionale di Marinatura: dopo essere divise in pezzi, le anguille vengono messe sullo spiedo e poste per la cottura su camini a legna, quindi sono immerse nella concia di marinatura, con aceto, sale (rigorosamente di Cervia), acqua, alloro e infine inscatolate.

Se capitate da queste parti non mancate di assaggiare questa specialità, saporita e sana, cotte al momento, ma portatene qualche scatoletta anche a casa: sarà un delizioso souvenir!.



sabato 19 settembre 2026

Borghi della Storia – Il Castello di San Pietro e la Locanda del Re Guerriero nelle Terre Piacentine


Il viaggio del buon e bello vivere che la rete di informazione Borghi d’Europa compie in occasione del turno di Presidenza italiano alla IAI (Iniziativa Adriatico Ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale), previlegia le Terre Piacentine, grazie ad una collaborazione informativa con la Strada del Po e dei Sapori della Bassa Piacentina.

Storia, cultura, enogastronomia, ambiente verranno conosciute, valorizzate e raccontate da giornalisti e comunicatori fino a maggio del 2027, per un progetto finalizzato, semplicemente, ad ‘informare chi informa’.

Tutti i luoghi del Piacentino verranno collegati con altri borghi europei e verranno ‘narrati’ nei giornali delle altre terre coinvolte nel cammino delle identità.

“ Non poteva mancare l’incontro con il Castello di San Pietro e la Locanda del Re Guerriero.

Il Castello di San Pietro, che ricalca perfettamente il tipico schema piacentino dei fortilizi di pianura, offre al visitatore una preziosa e fedele testimonianza di dimora gentilizia quattrocentesca; oggi di proprietà della Famiglia Spaggiari, pur facendo parte fino al 1500 dello Stato Pallavicino, fu dei Malaspina nel dodicesimo secolo e, a partire dal 1405, dei Landi.

Nel 1466 Bianca Maria Visconti, vedova del Duca Francesco Sforza, investì del feudo di San Pietro l’augusta famiglia piacentina dei Barattieri. Al giureconsulto Bartolomeo Barattieri, amante del luogo, si deve la riedificazione dell’edificio tra il 1460 e il 1491, come documenta l’epigrafe su pietra muraria presente ancora oggi nel cortile dei Cavalieri. Nel 1678, per i servizi prestati allo Stato Farnesiano, Ercole e Paolo Emilio Barattieri ottennero dal Duca Ranuccio II il titolo nobiliare di Conte.

Il castello, attorniato da un vasto parco alberato, è disposto su un impianto quadrangolare da cui emergono il mastio e due torrioni rotondi, collocati a difesa del lato nord.

L’austerità dell’esterno è in netta contrapposizione con l’ariosità e la raffinatezza del cortile interno porticato su tre lati, di gusto rinascimentale, che trasforma il castello in un palazzo residenziale; ad ogni arco del porticato a pian terreno corrispondono due archi minori al primo piano; cornici in cotto decorano gli archi, il marcapiano e il sottotetto; il pianterreno ha il soffitto in muratura, mentre quello del loggiato presenta travi lignee; nella stanza del corpo di guardia una doppia porta in diagonale si apre sulla prigione, in cui sono ancora visibili i ceppi a cui venivano legati i prigionieri.

Nei sotterranei del castello originariamente erano collocate le cucine, le lavanderie e le cantine; è ancora presente la ghiacciaia che veniva riempita di neve dalla botola sul soffitto, mentre la pavimentazione a lisca di pesce permetteva di convogliare l’acqua della neve sciolta verso il centro, dove veniva assorbita da un pozzo a perdere.

Al primo piano, secondo il gusto rinascimentale, tutte le sale sono decorate da pitture e camini e si aprono sul grande loggiato; la parte più antica ed emblematica del piano nobile, il mastio, ospita da sempre la camera da letto del Conte.

Il Castello di San Pietro in Cerro ha la particolarità di avere due saloni d’onore, una caratteristica anomala dovuta a liti di primogenitura tra gli eredi maschi della famiglia Barattieri, che suddivisero il castello in due parti abitate dai discendenti dei due rami dell’antica famiglia.

L’attuale proprietario, Franco Spaggiari, mecenate e appassionato d’arte, dopo l’acquisto dell’immobile ha intrapreso un importante intervento di restauro volto a restituire al complesso l’aspetto originario; l’azione conservativa, protrattasi per oltre quindici anni, ha portato il Castello di San Pietro a vincere il Premio “Piero Gazzola” per il miglior Restauro del Patrimonio Monumentale Piacentino nel 2016.”

La Locanda del Re Guerriero è un edificio storico di fondazione medievale, già documentato sulle carte topografiche a partire dal 1720; era l’antico ricovero delle carrozze e l’abituro di cocchieri che prestavano servizio presso la corte del Castello di San Pietro.

Oggi, dopo un attento restauro, la Locanda del Re Guerriero offre la possibilità di trascorrere un soggiorno rilassante, durante il quale ascoltare il dolce suono del silenzio, avvolti da un’atmosfera di bellezza. I dintorni offrono un territorio autentico ed affascinante da scoprire attraverso escursioni a piedi, in bicicletta o a cavallo, per riappropriarsi di suggestioni che la frenetica vita di tutti i giorni ci ha ormai fatto dimenticare.

giovedì 10 settembre 2026

Eurovinum - Il Castello di Verduno e i vini delle Langhe


Borghi d’Europa, rete di informazione, promuove il progetto L’Europa delle scienze e della cultura (Patrocinio IAI-Iniziativa adriatico ionica, Forum Intergovernativo per la cooperazione regionale), in occasione del turno di Presidenza dell’Italia alla IAI (fino a maggio 2027).

Uno per Percorsi Internazionali del Progetto (Eurovinum), prevede la scoperta e la valorizzazione delle Cantine dei Castelli.

Così uno dei giornalisti-sommelier si è ricordato del Pelaverga del Castello di Verduno : è stata naturale la proposta di inserire le Langhe in questo itinerario internazionale.

Il Castello di Verduno si collegherà ad altre realtà storiche e produttive, al fine di valorizzare attraverso le storie enoiche le bellezze del Belpaese.




Nel cuore delle Langhe, in provincia di Cuneo, Verduno occupa una posizione privilegiata tra le colline del Barolo e quelle che guardano verso il Roero; è un territorio nel quale paesaggio, storia, agricoltura e cultura del vino sembrano formare un'unica realtà di filari ordinati sulle colline, antichi borghi, castelli, cantine storiche ed infine una cucina costruita intorno ai prodotti di una terra generosa.

Castello di Verduno




Qui si trova in particolare il Castello di Verduno, realtà vitivinicola, con vigneti nelle zone di Verduno e Barbaresco, nella quale la memoria della corte sabauda e la tradizione delle famiglie Burlotto e Bianco si sono incontrate, dando vita a una delle esperienze enologiche locali più interessanti. L'azienda produce una gamma di vini nella quale Barolo, Barbaresco e Verduno Pelaverga occupano un posto centrale.

Il paese di Verduno si trova a pochi chilometri da Alba e domina dall'alto una successione di colline coltivate soprattutto a vite; il territorio è caratterizzato da una lunga tradizione agricola e vitivinicola, che nei secoli ha trasformato le colline in un vero e proprio mosaico di vigneti, piccoli boschi, cascine e borghi.

La storia di Verduno affonda le proprie radici nel Medioevo: il castello infatti rappresentò per lungo tempo un importante presidio del territorio quando, nel corso dei secoli, il paese entrò nell'orbita dei Savoia. Il legame con la dinastia sabauda sarebbe poi diventato particolarmente significativo nell'Ottocento, quando il castello fu acquistato da re Carlo Alberto.

Il Castello nella sua forma attuale, ha origini nel XVI secolo, mentre una parte dell'edificio venne successivamente ricostruita su disegno dell'architetto Filippo Juvarra e nel 1838. Carlo Alberto di Savoia acquistò il complesso, affidando la direzione della tenuta e della cantina al generale Paolo Francesco Staglieno, uomo d'armi ma anche appassionato ed esperto di enologia.

Questa presenza sabauda non fu soltanto una parentesi aristocratica: il castello divenne infatti un luogo importante per la sperimentazione enologica legata al Nebbiolo e alla nascente grande tradizione del Barolo

Dall'inizio del Novecento il castello fu patrimonio della famiglia mentre nel secondo dopoguerra, Giovanni Battista Burlotto contribuì a trasformarlo anche in un luogo di ospitalità e incontri enogastronomici.

Successivamente, il matrimonio tra Gabriella Burlotto e Franco Bianco, appartenente a una famiglia storicamente legata alla produzione del Barbaresco, mise idealmente in comunicazione grandi patrimoni del vino piemontese: Verduno e Barbaresco, Barolo e Nebbiolo.




Attualmente Il Castello di Verduno possiede vigneti sia a Verduno che a Barbaresco; questa doppia appartenenza rappresenta uno degli elementi più caratteristici dell'azienda.

A Barbaresco si trova la cantina di vinificazione, mentre a Verduno i vini vengono imbottigliati e affinati nelle storiche cantine del castello. Barolo e Barbaresco vengono prodotti con fermentazione in tini aperti e successivo lungo affinamento in grandi botti di rovere: è una scelta che privilegia l'evoluzione lenta del vino e la capacità di esprimere il carattere dell'uva e del territorio.


I grandi vini del territorio


Il Barolo DOCG

Nasce dal Nebbiolo, vitigno principe delle Langhe: un vino di grande struttura, complessità e longevità, caratterizzato tradizionalmente da profumi floreali e fruttati che, con l'evoluzione, possono lasciare spazio a sensazioni speziate, balsamiche, di sottobosco e tabacco; in questo territorio il Nebbiolo trova condizioni particolarmente favorevoli e il Castello conserva nella propria storia il ricordo delle sperimentazioni ottocentesche volute da Carlo Alberto.

Il Barolo richiede tempo: può essere apprezzato per la sua austerità giovanile, ma trova nell'affinamento una delle sue caratteristiche più affascinanti: tannini e acidità si integrano progressivamente, mentre il quadro aromatico diventa più complesso.


Barbaresco:

Se il Barolo rappresenta una delle massime espressioni della zona di Verduno, il Barbaresco DOCG testimonia l'altra grande area produttiva. Anche in questo caso il protagonista è il Nebbiolo, ma il diverso territorio produce una personalità distinta: il Barbaresco è generalmente caratterizzato da eleganza, profumi floreali, frutto rosso, spezie e una trama tannica importante ma raffinata.


Verduno Pelaverga

Se Barolo e Barbaresco rappresentano la grande enologia internazionale delle Langhe, il vino che più di ogni altro identifica il territorio è il Verduno Pelaverga DOC: si tratta di una delle rarità della viticoltura piemontese ottenuta dal Pelaverga piccolo, un vitigno coltivato in un'area molto circoscritta comprendente Verduno e parte dei comuni di La Morra e Roddi. La denominazione è stata riconosciuta nel 1995.

Questo vino ha colore rubino delicato, talvolta con riflessi violacei, e profumi freschi e fragranti; al naso possono emergere violetta e ciliegia, mentre con l'evoluzione acquistano importanza le caratteristiche note speziate, soprattutto di pepe verde e pepe bianco. Al palato presenta un interessante equilibrio tra acidità e tannini, che gli conferisce freschezza e agilità pur mantenendo una buona struttura. È proprio questa componente speziata a renderlo particolarmente riconoscibile e versatile a tavola; inoltre, secondo la tradizione popolare presenta proprietà afrodisiache. Al di là delle leggende, rimane un prodotto fortemente identitario: una piccola produzione capace di raccontare una comunità e un territorio.



Accanto a questi vini, l’Azienda produce anche Barbera d'Alba DOC, Dolcetto d'Alba DOC e Langhe Nebbiolo DOC ed inoltre grappe ottenute dalle vinacce di Nebbiolo e Pelaverga, distillate separatamente.

La ricchezza di Verduno e delle Langhe non si esaurisce naturalmente nel vino. La viticoltura convive con una gastronomia tra le più celebri del Piemonte: tra i prodotti simbolo del territorio troviamo il Tartufo Bianco d'Alba, autentico protagonista della cucina autunnale; le Nocciole Piemonte IGP, particolarmente apprezzate per aroma e finezza; i formaggi piemontesi, tra cui il Castelmagno DOP e la Toma Piemontese DOP; le carni bovine della tradizione piemontese; la Salsiccia di Bra, specialità della vicina Bra; oltre a funghi, miele, frutta e numerosi prodotti della piccola agricoltura locale.

Questa produzione qualificata ha determinato una cucina apparentemente semplice, ma costruita su materie prime di grande qualità: tajarin, agnolotti del plin, carne cruda all'albese, brasati al vino, bagna cauda e fondute sono alcuni dei piatti che meglio raccontano il rapporto tra Langhe, agricoltura e cultura contadina.

Nelle Langhe il vino non è semplicemente una bevanda che accompagna il pasto, è parte integrante della gastronomia: Il Barolo trova compagni naturali nei grandi piatti di carne, nei brasati, nella selvaggina e nei formaggi stagionati, mentre il Barbaresco, grazie alla sua eleganza, può accompagnare carni arrosto e preparazioni importanti e la Barbera, fresca e dotata di una piacevole acidità, è ideale con salumi, primi piatti e carni ed il Dolcetto è tradizionalmente legato alla tavola quotidiana. Il Verduno Pelaverga, infine, grazie alla sua freschezza e alle note pepate, può accompagnare salumi, primi piatti, funghi e formaggi, rivelandosi particolarmente interessante quando si desidera un vino territoriale ma non eccessivamente impegnativo.